"In verità io vi dico: Se non cambiate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel regno dei cieli.”
Cos’è un cambiamento? Giovanni nel suo vangelo dice che: “se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Nascere di nuovo da il senso, l’immagine di qualcosa che, pur restando esternamente uguale a se stesso, ricomincia da capo ad esistere, ha una storia nuova.
In Matteo questo cambiamento ha un movimento chiaro: cambiare significa diventare come bambini.
Se non arrivate a pensare come i bambini, dice Gesù, che non hanno ancora il senso della distinzione tra loro e il mondo esterno, tra il loro IO interiore e il loro IO esteriore, non potrete entrare in un mondo (il regno dei cieli) dove questa distinzione non esiste perché Dio è tutto in tutti. (1Corinzi 15,28).
Bisogna imparare dai bambini a vivere soprattutto di emozioni più che di elucubrazioni razionali (1 Cor 14,20), perché l’emozione è la risposta immediata ad uno stimolo forte.
Il bambino non si fa tante domande, ma agisce seguendo il suo intuito, il suo istinto.
Va dove lo porta il cuore, e il cuore risponde al mondo esterno in modo diverso, spesso opposto, dal cervello.
Noi viviamo delle manifestazioni del nostro IO esteriore, di quella parte di noi, cioè, che è cresciuta dovendo dar conto al mondo esterno, mettendosi una ‘maschera’ buona per ogni occasione, adattandosi a ciò che lo circonda.
Il bambino diversamente, pur nella sua malizia buona, ha ragioni e moti dell’animo che la nostra vita ha dimenticato da quando, appunto, era bambino.
Per questo potremo intuire la realtà di Dio quando rinasceremo come i bambini. Perché Dio, l’inconoscibile, entra in comunicazione solo col nostro IO interiore, inconoscibile persino a me stesso fino a che non abbattiamo le barriere che la nostra mente ‘per bene’ erige attorno al nostro cuore.
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lunedì 1 luglio 2024
domenica 23 giugno 2024
Lectio divina su Matteo 11,28
"Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo".
(Mt 11, 28)
Oggi tutti sono sempre euforici, è quasi un obbligo essere felici, ce lo impone persino la pubblicità. Ma se ci fermiamo a riflettere col cuore, persino il più positivo e ottimista degli uomini si renderà conto che c'è sempre in noi un angolino buio, dove il peso della vita ha scaricato tutte le sue scorie. Lì il nostro ego non entra volentieri, ha paura di dover fare i conti con una realtà che si presenta deformata, che non vuole riconoscere. Ma c'è qualcuno che apre volentieri quella porta (Ap 3,20): è Gesù, colui che ci rivolge queste parole: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò".
“Venite a me!” Chi può andare a Gesù? Tutti, nessuno escluso. Anzi: ogni cosa creata, ogni essere senziente. Perché come scrive Giovanni: “Tutto quello che il Padre mi dà, verrà a me e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori.” (6,37)
Chi sono gli affaticati e gli oppressi? Matteo adombra in queste parole la prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.” (Mt 5,3)
‘Poveri in spirito’ sono coloro che riconoscono di essere schiacciati dal peso del proprio allontanamento da Dio, e sanno che non basta neanche il più grande sforzo mai messo in atto da un uomo per aver salva la propria anima, per tornare al trono dell’Altissimo (Salmo 113,5). Possiamo tradurre infatti ‘affaticati e oppressi’ con ‘stanchi e carichi’.
‘Poveri in spirito’ sono colore che sanno qual è il posto di Dio nella vita e qual è quello dell’uomo.
Qual è il ristoro promesso da Gesù? È il riposo da questo sforzo continuo di volere, con le nostre azioni, ritrovare quell’unione rotta dal nostro passato fatto di fughe davanti al Signore nella credenza, sbagliata, che egli ci giudichi senza tener conto che siamo uomini, fragili, fallibili.
Gesù, in cui Dio ha preso carne per farsi più vicini a noi, per parlare la nostra stessa lingua, ci prende per mano ed entra con noi in quell'angolo oscuro, nascosto, e nel momento in cui veniamo a contatto con lui sentiamo un vento fresco accarezzare la nostra anima e vediamo un fuoco caldo bruciare quello che finora ci ha affaticato e oppresso.
Nulla chiede Gesù in cambio, se non che prendiamo il suo giogo che è dolce (Mt 11,30), il giogo dei suoi comandamenti. È lì che troveremo gioia: “Gioirò nei tuoi comandamenti, perché li amo.” (Sal 118/119,47).
Il Signore ha già perdonato una volta per tutte, sulla Croce, ogni nostro peccato, ogni nostro allontanamento; adesso tocca farlo a noi.
Gesù, confido in te, aiutami a perdonare ciò che rimane in me del mio passato.
(Mt 11, 28)
Oggi tutti sono sempre euforici, è quasi un obbligo essere felici, ce lo impone persino la pubblicità. Ma se ci fermiamo a riflettere col cuore, persino il più positivo e ottimista degli uomini si renderà conto che c'è sempre in noi un angolino buio, dove il peso della vita ha scaricato tutte le sue scorie. Lì il nostro ego non entra volentieri, ha paura di dover fare i conti con una realtà che si presenta deformata, che non vuole riconoscere. Ma c'è qualcuno che apre volentieri quella porta (Ap 3,20): è Gesù, colui che ci rivolge queste parole: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò".
“Venite a me!” Chi può andare a Gesù? Tutti, nessuno escluso. Anzi: ogni cosa creata, ogni essere senziente. Perché come scrive Giovanni: “Tutto quello che il Padre mi dà, verrà a me e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori.” (6,37)
Chi sono gli affaticati e gli oppressi? Matteo adombra in queste parole la prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.” (Mt 5,3)
‘Poveri in spirito’ sono coloro che riconoscono di essere schiacciati dal peso del proprio allontanamento da Dio, e sanno che non basta neanche il più grande sforzo mai messo in atto da un uomo per aver salva la propria anima, per tornare al trono dell’Altissimo (Salmo 113,5). Possiamo tradurre infatti ‘affaticati e oppressi’ con ‘stanchi e carichi’.
‘Poveri in spirito’ sono colore che sanno qual è il posto di Dio nella vita e qual è quello dell’uomo.
Qual è il ristoro promesso da Gesù? È il riposo da questo sforzo continuo di volere, con le nostre azioni, ritrovare quell’unione rotta dal nostro passato fatto di fughe davanti al Signore nella credenza, sbagliata, che egli ci giudichi senza tener conto che siamo uomini, fragili, fallibili.
Gesù, in cui Dio ha preso carne per farsi più vicini a noi, per parlare la nostra stessa lingua, ci prende per mano ed entra con noi in quell'angolo oscuro, nascosto, e nel momento in cui veniamo a contatto con lui sentiamo un vento fresco accarezzare la nostra anima e vediamo un fuoco caldo bruciare quello che finora ci ha affaticato e oppresso.
Nulla chiede Gesù in cambio, se non che prendiamo il suo giogo che è dolce (Mt 11,30), il giogo dei suoi comandamenti. È lì che troveremo gioia: “Gioirò nei tuoi comandamenti, perché li amo.” (Sal 118/119,47).
Il Signore ha già perdonato una volta per tutte, sulla Croce, ogni nostro peccato, ogni nostro allontanamento; adesso tocca farlo a noi.
Gesù, confido in te, aiutami a perdonare ciò che rimane in me del mio passato.
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